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Messina ha accumulato un proprio patrimonio di miti e leggende che ne arric chiscono la storia. L’ambiente legato allo Stretto di Messina ha offerto una vastissima gamma di possibilità di invenzione fantastica per il suo aspetto immaginifico che ha attratto sin dall’antichità scrittori e pensatori. I Greci, nell’intento di colonizzare le aree a contatto col bacino mediterraneo, riportarono i loro viaggi di esplorazione in chiave allegorica, dando valenza simbolica e personificando eventi di tipo naturale. In un mondo di estensione limitata come quello ellenocentrico la Sicilia era terra di estremo confine, limite fra il noto e l’ignoto, limite che in età successive si sarebbe esteso fino a coincidere con lo stretto di Gibilterra, in cui si immaginarono poste le invalicabili "colonne d’Ercole" . Cosi’ mentre Atene era il centro vitale della civiltà e della cultura, le posizioni più estreme si ritenevano abitate da esseri mostruosi, rozzi ed incivili.

Nel 427 a.C. ci fu una prima spedizione ateniese che si spinse all’esplorazione di questi confini. Assai elevata era la pericolosità dello stretto a quel tempo, ed anche la sua conformazione era profondamente diversa. I rischi che si opposero agli eroi ateniesi furono quindi codificati in chiave letteraria e risultarono legati al mito delle Sirene, a quello di Scilla e Cariddi e alla figura di Glauco.

Le sirene vengono menzionate per la prima volta nell’Odissea, come le due figlie dell’Acheloo, le quali con il loro canto attiravano a sé i naviganti che accostavano pericolosamente le loro navi alla costa, finche’ queste non venivano distrutte e le sirene si avventavano sui superstiti, divorandoli. Ulisse, però, messo a conoscenza del pericolo da Circe, tappò con della cera le orecchie dei suoi compagni e si fece legare all’albero maestro, per poter udire quel canto divino senza correre il rischio di morire.

Variabile rispetto alla fonte e’ il loro numero e nome; dopo Omero infatti, il loro numero si accrebbe e divennero quattro: Telete, Redue, Molpe e Telsiope. La loro forma e’ dimorfe; della natura umana mantengono il volto e la voce, mentre la restante parte ha la forma di uccello. Ovidio nelle Metamorfosi dice che il loro dimorfismo fu dovuto ad una loro preghiera agli dei. Le sirene, infatti, erano fanciulle compagne di Proserpina e quando ella fu rapita da Plutone, dopo aver percorso tutta la terra cercandola, espressero il desiderio di volare sopra i flutti per andare ancora alla sua ricerca. Le melodiose armonie delle sirene erano il canto che accompagna le anime alla morte, il canto delle emissarie di Proserpina, la signora della morte. Il mito delle sirene, collocato inizialmente al largo della penisola sorrentina, slittò allo stretto di Messina poiché esse ne rappresentano il valore simbolico: la pericolosità delle sue coste, su cui si frangevano numerosissime navi, il desiderio degli uomini di misurarsi con un simile ostacolo, rischiando la propria vita.

 

                                                                                 Scilla e Cariddi

Il fianco destro Scilla , il fianco sinistro l’implacata

Cariddi tiene, e in fondo al baratro tre volte inghiotte

nel gorgo i flutti vasti, a cascata, e ancora su verso il cielo,

alternando, li scaglia e frusta con l’onda le stelle.Ma Scilla in

latebre cieche, in una spelonca e’ nascosta: e sporge la testa e

attrae sugli scogfli le navi. Davanti figura umana, vergine dal

petto bellissimo fino alla cintola, ma dietro e’ pistrice dal corpo

pauroso, ha coda come delfini unita a corpi di lupi.

Meglio arrivare alle torri del trinacrio

Pachino, fuggendo, e lungo la rotta in un gran giro

flettere, che anche solo una volta vedere Scilla nell’antro vasto

agghiacciante, e le rocce assordate dai lividi cani.

                                                      Eneide, Libro III, v. 418 e segg

 

Immagini perfette dello stretto sono Scilla e Cariddi, che Virgilio in questi versi dell’Eneide descrive come due mostri situati ad una porta d’arco su rive opposte: l’una era un mostro dimorfe, con busto e volto di fanciulla e la parte inferiore del corpo circondata da sei feroci e voraci cani, l’altra, invece, un ingordo mostro che abitava le profondità del mare; le notizie riguardanti Cariddi attribuiscono proprio all’ingordigia la sua trasformazione in mostrum: ella avrebbe ricevuto tale punizione per essersi cibata degli animali delle mandrie di Gerione.

La vicenda di Scilla si unisce a quella di Glauco nelle Metamorfosi di Ovidio, dove e’ riportata con dovizia di particolari.

Fendendo ecco l’acque si vede Glauco, novello abitante del mare, ch’or ora le membra muto’ in Antidone euboica: scorgendo la ninfa innamorata e le rivolge le voci che reputa adatte a fermarla; ma quella involasi e rapida dalla paura perviene sopra la vetta d’un monte che sorge vicino alla spiaggia. Grande e’ la cima che tutta s’appunta in un vertice solo sotto le piante e lunghesso la riva precipite scende. Ivi si ferma, e sicura del luogo, ignorando se sia nume oppur mostro, ne guarda stupita il colore e le chiome sovra le spalle e sul dorso diffuse e ne ammira la coda torta di pesce, che segue dell’inguine l’ultima parte. Glauco s’accorse e appoggiandosi a un masso, che stava li’ presso: "Vergine, non sono un mostro né sono una belva, ma un dio sono dell’acqua e su i mari non domina piu’ di me Proteo, né piu’ Tritone o Palemone, figlio del grande Atamante. Fui tuttavia mortale; ma, certo, dei gorghi profondi innamorato nel pelago crebbi gia’ fino d’allora.

Metamorfosi, XIII, vv. 898-968

Glauco, secondo Ovidio, era un giovane pescatore di Antedone, in Beozia, di fronte all’Eubea. Questi soleva pescare in un luogo incantato; qui, osservando che i pesci da lui pescati, dopo aver assaggiato un’erba, riprendevano vigore e balzavano in acqua, ne volle mangiare pure lui, e sentendosi trasformare interiormente, balzò nell’acqua e divenne una divinità marina. Si accorse di avere una lunga barba di color verde marcio e grandi braccia e spalle azzurre e le gambe fuse assieme a forma di pesce, come egli stesso racconta a Scilla.

Scilla era una ragazza ritrosa, che amava appartarsi in una caletta solitaria per trovare ristoro alla stanchezza; proprio qui la scorse Glauco, che subito ne fu attratto. Respinto cerco’ l’aiuto di Circe, la maga figlia del sole, che con il potere delle sue erbe magiche avrebbe dovuto vincere la ritrosia della fancilla. Ma Circe, innamoratasi del dio marino, volle vendicarsi di colei che le era stata preferita. Cosi’ Scilla, immergendosi nella sua caletta assorbi i veleni diffusi dalla sua rivale e le sue estremità inferiori furono trasformate in una muta di cani feroci. Poi volle sfogare il suo odio per Circe divorando ogni navigante che transitasse nella sua area, finche’ fu trasformata in scoglio.

L’intero corpus delle leggende ambientate nello Stretto sono trasposizioni di una realta’ spesso complessa e misteriosa, ed in questo Scilla e Glauco non sono eccezioni: l’una è, come già le Sirene e Cariddi, metafora di Morte, rappresentazione di pericolo, l’altro emblema della vitalità che anima il mare dello Stretto, due forze che pur in contrasto, riescono a coesistere in un unico braccio di mare.

La leggenda di Glauco fu ripresa anche da Dante nella Divina Commedia:

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,

qual si fe’ Glauco nel gustar de l’erba

che’l fe’ consorto in mar de li altri dei

trasumanar significa per verba

non si paria; però l’esempio basti

a cui esperienza grazia serba .

                                                                                    Paradiso, Canto I, vv. 68 e segg.

Attraverso questo paragone Dante vuole indicare come sia impossibile rappresentare a parole il ‘trasumanar’ che lo porta ad ascendere verso l’Empireo.

 

 

L’ORIGINE MITICA DELLA CITTA’ DI MESSINA

Fin dall’inizio, e appena uno di loro nasceva

tutti li nascondeva, e non li lasciava venire alla luce,

nel seno di Gaia; e si compiaceva della malvagia sua opera,

Urano, ma dentro si doleva Gaia prodigiosa,

160 stipata; allora escogito’ un artificio ingannevole e malvagio.

Presto, creata la specie del livido adamante, fabbrico’

una gran falce e si rivolse ai suoi figli e disse,

a loro aggiungendo coraggio, afflitta nel cuore:

"Figli miei e d’un padre scellerato, se voi volete

165 obbedirmi potremo vendicare il malvagio oltraggio

del padre vostro, che per primo concepi’ opere infami".

Cosi’ disse e tutti allora prese il timore,né alcuno

di loro parlo’;ma, preso coraggio, il grande Crono

dai torti pensieri rispose con queste parole alla madre sua illustre:

170 "Madre, saro’ io, lo prometto, che compiro’ questa opera,

ché d’un padre esecrabile cura non ho, sia pur mio,

che per primo compi’ opere infami". Cosi’ disse,

e gioi’ grandemente nel cuore Gaia prodigiosa,

e lo pose nascosto in agguato; e gli diede in mano

175 la falce dai denti aguzzi e ordi’ tutto l’inganno.

Venne, portando la notte, il grande Urano, e attorno

a Gaia desideroso d’amore incombette e

si stese dovunque;ma dall’agguato il figlio si sporse

con la mano sinistra e con la destra prese la falce terribile,

180 grande, dai denti aguzzi, e i genitali del padre

con forza taglio’, e poi via li getto’, dietro;......... . . .

Esiodo, Teogonia, vv. 154-181

 

Risale proprio a questo mito, narrato da Esiodo nella Teogonia, l’origine della città di Messina. L’ansa naturale che oggi costituisce il porto sarebbe stata formata dall’orma della falce di saturno o Crono, il quale, volendo spodestare Urano, prese un’enorme falce e lo colpì. Urano, pur ferito, riuscì a fargliela cadere di mano, e questa, cadendo sulla spiaggia di Messina, fece sprofondare la terra sotto il suo peso, creando una magnifica ansa quasi circolare. Il gigante Orione, architetto e costruttore della città su incarico del re Zanclo la adattò a porto.

 

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