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Odissea, Libro XII, versi 106-145 traduzione di Salvatore Quasimodo
Là abita Scilla e molesto è il suo latrare. La sua voce è quella di un cucciolo di cagna appena nato; ma Scilla è un mostro crudele: né mortale, né dio, s'allieta se l'incontra. Dodici piedi ha Scilla e tutti anteriori, e sei colli lunghissimi, e ognuno ha una testa paurosa, e ogni bocca tre fila di denti fitti e numerosi pieni di nera morte. Metà del suo corpo sprofonda nella grotta, e dal baratro sporgono le teste. E Scilla, nel mare, spiando intorno allo scoglio, pesca delfini e pescicani, o mostri ancora più grandi, tra quelli che nutre la sonante Anfitrite. Ancora un navigante non è passato incolume di là con la sua nave; ma dal veliero dall'azzurra prora, Scilla con ogni bocca porta via un uomo. Vicino vedrai, ma più in basso un altro scoglio (...) Là un fico selvatico, grande verdeggia di foglie, e a quell'ombra la divina Cariddi ingoia livida l'acqua. Tre volte da Cariddi rigurgita l'acqua in un giorno, e tre volte l'inghiotte con strepito tremendo. Non trovarti là quando Cariddi beve avida il mare: nemmeno Poseidone potrebbe salvarti da morte...
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