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MESSINA: STORIA DI UNA APOCALISSE ITALIANA Alle ore 5:20 minuti e 27 secondi del 28 dicembre 1908, la terra parve improvvisamente impazzire: dapprima tremò, poi ondeggiò e alla fine sobbalzò come se qualcuno l'avesse sollevata con uno strattone, per lasciarla subito ricadere. Fu la prima delle 130 scosse che si susseguirono nell'arco di un giorno e mezzo, e durò trenta secondi. Ma fu anche quella che provocò la catastrofe: alle 5:21 Messina e Reggio non esistevano più. Il terremoto con epicentro nello Stretto, seguito da un maremoto, grado decimo della scala Mercati, doveva essere, infatti, per violenza e per numero di vittime il più grave di quanti se ne erano avuti negli ultimi cinquecent'anni in tutto il mondo. Prima che alle 5:20 il tempo si fermasse , il cielo più che nero appariva di un viola cupo con qualche chiazza grigia delle nuvole basse. Dalla feritoia di mare dello Stretto i sibili dei vortici sembravano grida umane, e lo scontro delle masse d'acqua delle correnti rimbombava mentre l'accavallarsi delle onde diveniva sempre più frenetico, e sempre più larghe le frange di spuma bianca. In quei trenta secondi morirono, nella sola Messina, almeno trentacinque mila persone su una popolazione che, inclusi i sobborghi e le frazioni, assommava a centosessanta mila abitanti. Altre dieci-dodici mila, per lo più residenti nel centro cittadino, rimasero sepolte sotto le macerie, da dove solo i più fortunati uscirono vivi. Altre ancora riportarono ferite gravi e anche tra loro il tasso di mortalità fu spaventoso. I superstiti, per la maggior parte ancora in camicia da notte, invasero le strade e, spinti dal panico, si misero a correre avanti e indietro, alla ricerca di spazi aperti. Una vera folla si ammassò sul lungomare Vittorio Emanuele e nel giardino di Villa Mazzini, dove erano stati trasportati anche numerosi feriti e qui si svolse il secondo atto della tragedia. Il mare, che dopo la scossa si era ritirato di duecento metri, ebbe come un rigurgito, e si abbatté sulla città in tre gigantesche ondate, la prima delle quali raggiunse il Municipio, distante quasi duecento metri dal molo e spazzò via, insieme con i rottami, i vivi, i morti e i feriti. Le navi nel porto furono sbattute l'una contro l'altra e molte finirono affondate. Si salvarono solo le torpediniere, anche perché avevano eccezionali qualità nautiche. Il mare si era appena placato quando si videro i bagliori dei primi incendi e nell'arco di 24 ore le fiamme divorarono quel poco che si poteva forse salvare. Erano ancora alte quando la notte calò sui superstiti, intirizziti dal freddo, tormentati dalla sete e dalla fame, ossessionati dalle urla dei feriti e dei sepolti vivi. Nessuno veniva a dare una mano, ma in compenso erano scesi in campo gli sciacalli e c'era chi non esitava a sfoderare il coltello per impadronirsi di una pagnotta. Dal carcere semidistrutto erano evasi centinaia di detenuti e alcuni di loro furono visti tagliare le dita e le orecchie ai morti per far bottino di anelli ed orecchini. Alle ore 12:50 del 28 Dicembre 1908, la torpediniera Serpente entrò nel porticciolo di Marina di Nicotera. Un ufficiale scese a terra e si precipitò all'ufficio telegrafico, il primo che trovava ancora in piedi dopo aver tentato invano di usare quelli, devastati, di Villa San Giovanni, Bagnara e Palmi. Gettò sul bancone un lungo messaggio, ordinando di trasmetterlo con precedenza assoluta al ministero di Roma. E subito il tasto cominciò a battere in alfabeto Morse parole gonfie di orrore. Il presidente del Consiglio, che all'epoca era Giolitti, poté leggere quel telegramma solo alle 17:25. E soltanto l'indomani l'Italia seppe, attraverso i giornali, del terremoto che aveva raso al suolo Messina e Reggio Calabria. I primi soccorsi arrivarono il 29 Dicembre, e a prestarli furono gli ufficiali e i marinai di una squadra navale russa in visita di cortesia nelle acque italiane. Trovarono la città in mano ai predoni, e non ci pensarono due volte ad aprire il fuoco per ristabilire l'ordine.
I TERREMOTI Disastrosi o impercettibili, i terremoti hanno sempre accompagnato la storia della Terra. Analizziamo più da vicino questo "evento". Il terremoto (dal latino terrae motus, movimento della Terra) è una serie di rapidi movimenti del suolo (scuotimenti), consistenti in vibrazioni distribuite in tempi successivi, con una delle tre seguenti principali modalità: Scossa principale e repliche (mainshock e aftershock). La prima ha energia superiore alle altre; queste hanno energia costante, mentre il loro numero diminuisce secondo una curva di tipo iperbolico. Precursori Scossa principale - repliche (foreshocks, mainshock, aftershock). L'andamento sopra illustrato è preceduto dal verificarsi di scosse di minore energia , in numero crescente con legge esponenziale. Sciami di terremoti (swarms).In questo caso non é identificabile una scossa principale, poiché l'energia è mediamente la stessa per ogni evento: la frequenza delle scosse aumenta e decresce progressivamente dopo aver raggiunto un valore massimo. Le scosse comunemente dette "di assestamento" sono in realtà le repliche, il cui numero diminuisce con il passare del tempo, mentre l'energia può rimanere costante. I movimenti del suolo sono spesso descritti come" ondulatori" o "sussultori", a seconda che essi siano stati percepiti nel momento in cui hanno massima ampiezza, come prodotti da onde sismiche rispettivamente a bassa o ad alta frequenza. In realtà, il movimento descritto da un puntodel suolo é assai più complesso. L'energia che genera il terremoto si propaga in tutte le direzioni mediante onde elastiche a partire da una zona più o meno ristretta ed allungata situata nel sottosuolo, cui si dà il nome di ipocentro o fuoco; il punto della superficie situato sulla verticale di quest'ultimo è detto epicentro. A seconda che la distanza tra questi due punti sia inferiore a 60-70 km, o compreso tra tale valore ed i 300-500 km, o variante tra questo limite ed i 700 km (o poco più), il terremoto viene considerato rispettivamente superficiale, intermedio, profondo. Un modo qualitativo ed empirico di valutare l'intensità di un terremoto, é il confronto con la scala Mercalli modificata, suddivisa in dodici gradi di intensità crescente sulla base dei danni prodotti ai manufatti (distinti in categorie, perchè i confronti possano essere fatti tra entità omogenee). Esistono anche altre scale, correlabili con la Mercalli. In tutte l'intensità è espressa con numeri romani. Essa ha peraltro una correlazione molto vaga con l'energia liberata da un certo terremoto. Infatti, se é vero che nello stesso punto e sugli stessi edifici un terremoto con maggiore energia provoca lesioni più gravi, è anche vero che, in punti diversamente edificati o in differente situazione geologica locale, la stessa energia sismica può produrre danni assai diversi, e quindi terremoti classificati in modo differente in base alla scala Mercalli. Esiste perciò una diversa scala di classificazione dei terremoti (scala Richter, o della "magnitudo") , basata sulla misura dell'ampiezza massima dello spostamento di un punto del suolo situato ad una distanza prefissata dall'epicentro. L'identificazione delle aree maggiormente interessate da un terremoto può essere fatta con la costruzione delle "isosiste" o "isosisme"; linee, tracciate su una carta geografica, che uniscono i luoghi in cui un terremoto ha avuto la stessa intensità (o, a seconda dei casi la stessa magnitudo). Esse appaiono come linee chiuse, di forma irregolare, delimitanti aree concentriche, la più interna delle quali, dove gli effetti sono stati maggiori, è detta "area pleistosismica". Quando la loro forma è ellittica, l'asse maggiore individua la direzione di propagazione preferenziale del terremoto che può essere confrontata con le direttrici geologico-strutturali della regione per ricavare dati sulla possibile genesi del sisma. Nel caso di terremoti superficiali, l'allungamento dell'isosista di grado massimo é utilizzato per ricostruire la forma e le dimensioni della sorgente del terremoto. In prima approssimazione, nei terremoti superficiali le isosiste sono ravvicinate l'una all'altra, il loro distanziamento cresce con la profondità ipocentrale; ciò significa che qualunque regione può essere interessata non solo dai terremoti ad ipocentro locale, ma anche da quelli ad ipocentro profondo, situato in altre regioni.
CAUSE DEI TERREMOTI L'involucro solido più esterno del nostro pianeta, la litosfera, è sottoposto a forze endogene, dipendenti, in ultima analisi, dal calore interno della Terra, che tendono a deformarla. La reazione delle rocce della litosfera a tali sollecitazioni varia in funzione di molti fattori: direzione, intensità, tipo della sollecitazione e modalità (durata, intermittenza, intensità nell'unità di tempo ecc.) della sua applicazione, litologie, proprietà meccaniche, presenza di superfici preferenziali nei corpi rocciosi, carico litastatico, temperature ecc. In funzione dell'interazione tra tali fattori le rocce si deformano in modo duttile piegandosi, o fragile, rompendosi. Nel caso dei terremoti si ritiene che il comportamento delle rocce sia simile a quello dei corpi elastici. Per quanto i meccanismi che determinano le scosse sismiche siano tuttora oggetti di studio, i geologi ritengono che il modello più attendibile della maggior parte dei terremoti sia dato dalla "teoria del rimbalzo elastico" formulata in seguito all'osservazione degli effetti provocati dal terribile terremoto di S. Francisco, avvenuto nel 1906.Nei corpi elastici la deformazione é funzione lineare dello sforzo e, al cessare di questo, il corpo restituisce istantaneamente l'energia accumulata durante la deformazione, e riprende la forma iniziale. Se lo sforzo supera il valore massimo che la massa rocciosa può sopportare nelle condizioni ambientali in cui si trova, essa si rompe lungo un piano di faglia ed i due blocchi ai lati di questo si spostano reciprocamente, mentre ciascuno di essi tende a recuperare la forma originaria. L'energia accumulata lentamente durante la deformazione elastica è così in parte spesa per vincere la coesione della roccia e per muovere i due blocchi lungo la faglia ed in parte restituita istantaneamente sotto forma di "rimbalzo" elastico delle masse rocciose: è proprio quest'ultimo che genera le onde sismiche. Con ciò viene conseguita una nuova configurazione di equilibrio dinamico destinato a mantenersi finché, perdurando la sollecitazione, non si sarà nuovamente raggiunto il limite di rottura, al quale corrisponderà un nuovo movimento lungo la faglia preesistente ed una nuova liberazione di energia. E' stato calcolato che il 90% dei terremoti ha questa origine ("terremoti tettonici"), circa il 7% avrebbe invece origine vulcanica. In tal caso le vibrazioni sarebbero causate dall'attrito radente della lava che si muove lungo il condotto vulcanico, dall'urto provocato dalla degassazione (se violenta), dall'eventuale sprofondamento di parti dell'edificio vulcanico non più sostenuto dal magma del serbatoio parzialmente svuotato. Solo il 3% sarebbe dovuto, infine, a fenomeni chimico-fisici, da crolli sotterranei o subaerei e sottomarini. Oltre che da fenomeni naturali i terremoti possono essere provocati dall'uomo, oltre che con esplosioni sotterranee, anche con altre attività, di cui i terremoti stessi possono costituire un indesiderato effetto collaterale:
EFFETTI COLLATERALI SUL SUOLO E SULLE ACQUE SUPERFICIALI E SOTTERRANE Oltre che sui manufatti, le scosse sismiche provocano i seguenti effetti: Spaccature e spostamenti permanenti. Durante i terremoti possono aprirsi fenditure nel suolo, o registrarsi movimenti verticali, orizzontali o obliqui lungo faglie preesistenti o di neo formazione. Gli spostamenti possono raggiungere, in casi eccezionali, anche decine di metri. Frane. La maggiore parte si ha generalmente nell'area di massimo scuotimento, ma fattori geologici e morfologici intervengono a modificarne la distribuzione areale. La maggior parte si verifica lungo pendii fortemente inclinati, laddove esistevano accumuli di materiale incoerente in condizioni di equilibrio instabile; altre numerose frane consistono in distacchi di frammenti e blocchi da pareti rocciose fratturate e alterate. Liquefazione. Gli scuotimenti ripetuti possono generare locali e temporanei aumenti di pressione dell'acqua contenuta nei pori di sedimenti sabbiosi fini, non consolidati, eventualmente presenti nel sottosuolo, a piccola distanza dalla superficie; in tali casi il sedimento non reagisce con comportamento elastico, ma fluido, liquefacendosi. Ciò provoca condizioni di instabilità nel sottosuolo, di cui si deve tener conto nelle aree edificate. Effetti sulle acque superficiali e sotterranee. I terremoti possono accompagnarsi a violenti maremoti, capaci di generare lungo le coste alte anche alcune decine di metri. Quando l'epicentro di un sisma intenso si trova nel fondale marino, le vibrazioni delle onde sismiche si trasmettono nell'acqua provocando un maremoto. I maremoti sono onde quasi improvvise provocate da un terremoto sottomarino o da un'eruzione vulcanica. Si possono verificare due situazioni: al centro della perturbazione le onde sprofondano per depressione, oppure, al contrario, si sollevano esplodendo. In entrambi i casi la scossa provoca un'onda gigantesca che si muove a grande velocità; l'onda di maremoto può raggiungere i 40 m di altezza e spostarsi ad una velocità che talvolta può raggiungere i 500 km/h. Spesso sebbene l'intensità vada diminuendo con la distanza, la sua azione é avvertita anche su coste estremamente lontane. I maremoti, soprattutto se si verificano in prossimità della costa, possono provocare danni ingenti; se poi la costa è bassa, l'onda del maremoto può proseguire la sua corsa devastatrice all'interno della regione. Altri effetti collaterali. Sono da ricordare gli incendi nelle aree urbanizzate, l'aumento di radioattività nel caso di lesioni gravi ad impianti nucleari, inondazioni in seguito a rotture di dighe ecc.
LA SISMICITA' Lo Stretto di Messina é una delle aree a maggiore rischio sismico dell'intero bacino mediterraneo. Il disastroso terremoto del 28 Dicembre 1908 fu uno dei più forti avvenuti in Italia. I rilievi macrosismici eseguiti permisero di assegnare alla scossa principale un'intensità dell'XI° grado (scala Mercalli). Sebbene misure geodetiche volte allo studio dei movimenti crostali non venissero sistematicamente eseguite in Italia in quegli anni, una linea di livellazione venne eseguita da parte dell'Istituto geografico militare italiano, poco prima del terremoto; poco dopo l'evento sismico tale linea venne misurata nuovamente permettendo di rivelare una considerevole subsidenza cosismica da entrambi i lati dello Stretto (fino a 70 cm a Messina e a 50 cm a Reggio Calabria).Studi successivi evidenziarono come il terremoto fosse caratterizzato da un movimento distensivo interpretabile per mezzo di una faglia normale o di un sistema a doppia faglia con andamento circa Nord- Sud, posta al di sotto dello Stretto. Si era anche ipotizzato, per l'evento del 1908, un meccanismo di rottura secondo un sistema costituito da due faglie disposte in una struttura a graben con orientazione quasi parallela all'asse dello Stretto: alcuni dati hanno mostrato come l'area dello Stretto di Messina sia stata sottoposta ad una moderata subsidenza di circa 1mm/anno durante questo periodo. Intorno al 1970 l'area in esame iniziò ad essere interessata da un importante progetto di ingegneria civile, riguardante la costruzione a campata unica della lunghezza di 3 km da realizzarsi sullo Stretto per unire in maniera permanente la Sicilia al continente. Geofisici e geologi vennero coinvolti nel progetto con l'importante compito di identificare in dettaglio la complessa situazione tettonica, la stabilità delle formazioni presenti e di valutare l'attuale tasso di deformazione dell'area; in questo contesto venne realizzata una rete geodetica attraverso lo Stretto per stimare con tecniche terrestri l'entità della presunta deformazione orizzontale tra la Sicilia e la Calabria. Durante il mese di maggio 1987 venne realizzata e misurata una rete composta da sette vertici di cui quattro appartenenti alla rete esistente, nel 1994 le misure vennero ripetute con lo scopo di misurare una possibile variazione della posizione relativa tra le stazioni della rete e, effettivamente, si notò una compressione, una deformazione plasmimetrica in 4 siti. In conclusione il contributo fornito dai dati geodetici per la comprensione dell'evoluzione attuale dell'area dello Stretto di Messina può essere così riassunto: - l'assenza di deformazione planimetrica ci porta ad escludere che sia in atto una deformazione distensiva dello Stretto, sebbene alcuni modelli geologici individuano lo stile a "graben" per questa area. - l'ipotizzata componente distensiva sembra essere esclusivamente evidenziata all'occorrenza di grandi terremoti che provocherebbero, di conseguenza, anche una subsidenza cosismica, come nel caso del terremoto del 1908, recentemente riconosciuto come terremoto caratteristico di quest'area .
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