|
|
|
Cicerone: "Il processo a Verre" Libro IV passo 17 Quid sedes, Verres? quid expectas? quid te a Centuripina civitate, a Catinensi, ab Halaesina, Tyndaritana, Hennensi, Agyrinensi ceterisque Siciliae civitatibus circumveniri atque opprimi dicis? Tua te altera patria, quem ad modum dicere solebas, Messana circumvenit, tua, inquam, Messana, tuorum adiutrix scelerum, libidinum testis, praedarum ac furtorum receptrix. Adest enim vir amplissimus eius civitatis, legatus huius iudici causa domo missus, princeps laudationis tuae, qui te publice laudat. Ita enim mandatum atque imperatum est; tametsi rogatus de cybaea, tenetis memoria quid responderit: aedificatam publicis operis publice coactis, eique aedificandae publice Mamertinum senatorem praefuisse. Idem ad vos privatim, iudices, confugit;utitur hac lege qua iudicium est, communi arce sociorum. Tametsi lex est de pecuniis repetundis, ille se negat pecuniam repetere quam ereptam non tanto opere desiderat; sacra se maiorum suorum repetere abs te dicit, deos penatis te patrios reposcit. Traduzione Perche' te ne stai seduto, o Verre? Che cosa aspetti? Perche' dici che sei oppresso ed insidiato dalla citta' di Centuripe, dai Catanesi, dagli abitanti di Alesa, di Tindari, dagli Ennesi, dagli Agrigentini e da tutte le altre citta' della Sicilia? Messina, la tua seconda patria, come tu solevi chiamarla, ti opprime, la tua Messina, dico, complice dei tuoi delitti, testimone della tua sfrenatezza, ricettatrice dei tuoi furti e bottini.Infatti, e' presente l'uomo piuillustre di questa citta', promotore degli elogi a te rivolti, che ti loda pubblicamente, mandato da questa citta' come ambasciatore per il processo. Cosiinfatti gli e' stato ordinato e comandato, sebbene interrogato ripetutamente sulla vicenda della nave da carico, tenete a memoria che cosa abbia risposto: (che la nave) era stata costruita con aiuti pubblici riuniti da ogni parte e che era stato preposto all'edificazione un membro del Senato dei Messinesi. Lo stesso, o giudici, ricorre a voi privatamente, si serve di questa legge che e' stimata, e che rappresenta la roccaforte di tutti gli altri alleati. Sebbene la legge sia sull'estorsione del denaro, questi dice di non esigere il denaro sottratto che non desidera quanto le (sue) opere. Dice che da te esige le statue sacre dei suoi antenati, reclama le divinita' paterne della casa. COMMENTO Questo breve passo sottolinea le attivita' illecite sulle quali si basava il rapporto tra Verre ed i Messinesi, che per tre anni favorirono il governatore e che, tuttavia, divennero involontariamente fra i suoi primi accusatori. Gaio Eio, l'uomo piuillustre ed in vista di Messina, infatti, abilmente interrogato da Cicerone, fini' con lo svelare il furto da parte di Verre delle statue e di tutti gli oggetti sacri dei suoi antenati e pure la costruzione, a spese pubbliche, da parte del Senato messinese di una nave enorme progettata ed equipaggiata per raccogliere, durante la fuga di Verre, il carico di bottino razziato. Anche se come unica testimonianza sulla vicenda rimane solo la voce dell'accusatore, Cicerone, la figura di Verre si erge, carica di difetti e di vizi, come emblema, purtroppo non raro anche oggigiorno, di disonesta' amministrativa e malcostume politico. "Il processo a Verre" Nelle Verrine si raccolgono tutte le orazioni e le accuse mosse da Cicerone contro Verre, governatore della Sicilia. Infatti Cicerone, ricoprendo nel 75 la carica di questore in Sicilia ed acquistando fama di uomo onesto e scrupoloso, fu chiamato dai Siciliani a sostenere l'accusa contro l'ex governatore , accusato di aver sfruttato la provincia con incredibile rapacita'. Cicerone, riuscendo in brevissimo tempo a raccogliere prove schiaccianti, assunse contro Verre una causa di diritto penale discussa a Roma nel 70 a.C., dinanzi al tribunale per le concussioni. Verre era, infatti, accusato "de pecuniis repetundis" nel periodo trascorso in Sicilia come governatore dal 73 al 71 a.C. Di nobile famiglia, si diede sin da giovane con l'aiuto del padre, abile manipolatore di broglie elettorali, ad una brillante carriera politica. Lussurioso, sprecone, disonesto, divenne nel 73 a.C. governatore della Sicilia, provincia che depredo' nella maniera più turpe facendo razzie di ogni bene e soprattutto di opere d'arte, delle quali era grande amatore e collezionista. Sprezzante di qualsiasi legge umana e divina, era capace di violare persino i templi per asportarne tesori, ed uccidere spietatamente chiunque lo ostacolasse o rendesse palesi le sue malefatte. Questo atteggiamento non poté che scatenare l'ira di tutti i Siciliani, tranne i Messinesi, che continuarono a tesserne le lodi fino alla fine. Egli, infatti, aveva stabilito particolari rapporti di interesse reciproco con questa citta', che in cambio gli prometteva difesa e protezione.
|
|
|