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L. Pirandello: "I vecchi e i giovani"

(pag.242-243)

"Lando Laurentano non sfogava il dispetto, perché, non avendo potuto prima per l’età, non potendo più ora per l’inerzia dei tempi far nulla, sdegnava come troppo facile dir che gli altri avevano fatto male. Fare .... ecco, poter fare, senza punte parole! Avevano fatto gli altri. Ora era il tempo delle parole. Ne facevano tante gli altri inutilmente, ch’egli poteva bene risparmiar le sue. Vedeva che coloro a cui era stato dato di fare, s’erano dibattuti a lungo tra due concezioni, una vacua e l’altra servile: quella di una Italia classica e quella di un’Italia romantica; una fantasima in toga e un manichino da vestire con la livrea e il beneplacito altrui: un’Italia retorica, fatta di ricordi di scuola, quella stessa forse vagheggiata dal Petrarca e suggerita a Cola di Rienzo, repubblicana; e un’Italia forestiera, o inforestierata tutta nell’anima e negli ordini. Purtroppo, le necessità storiche dovevano effettuar questa. E, in fondo, non si era fatto altro che sostituire una retorica all’altra; alla scolastica imitazione degli antichi, la spropositata imitazione degli stranieri. Imitare, sempre - «Oh Italiani - aveva gridato dalle Murate di Firenze il Guerrazzi - scimmie e non uomini!».

Soffocati dalle così dette ragioni di Stato gl’impeti più generosi, la nazione era stata messa su per accomodamenti e compromissioni, per incidenze e coincidenze. Un solo fuoco, una sola fiamma avrebbe dovuto correre da un capo all’altro d’Italia per fondere e saldare le varie membra di essa in un sol corpo vivo. La fusione era mancata per colpa di coloro che avevano stimato pericolosa la fiamma e più adatto il freddo lume dei loro intelletti accordi e calcolatori. Ma, se la fiamma s’era lasciata soffocare, non era pur segno che non aveva in sé quella forza e quel calore che avrebbe dovuto avere? Che nembo di fuoco allegro e violento dalla Sicilia su su fino a Napoli! Ancora da laggiù, più tardi, la fiamma s’era spiccata per arrivare fino a Roma .... Dovunque era stata costretta ad arrestarsi, ad Aspromonte o su le balze del Trentino, era rimasto un vuoto sordo, una smembratura.

Non poteva l’Italia farsi in altro modo? Segno che non erano ancora ben maturi gli eventi, o che eran mancati in alcuni l’energia e l’ardire per secondarli. Troppi calcoli e riflessioni ombrose e tentennamenti e scrupoli e ritegni e soggezioni avevano mortificato la creazione della patria.

Che fare, adesso? Per chi vuole, sì, è sempre tempo di far bene. Ma un bene modesto, umile, paziente, Lando Laurentano sentiva che non era per lui. Gli avevano offerto, nelle ultime elezioni generali, la candidatura in uno dei collegi di Palermo: Nè preghiere, Nè pressioni, Nè richiami alla disciplina del partito erano valsi a farlo recedere dal rifiuto. Lui, a Montecitorio, in quel momento? Meglio affondarsi in una fogna! "

 

 

COMMENTO

«I vecchi e giovani», romanzo della storia e della politica come illusione,  nella scrittura di Pirandello trova la sua massima espressione nelle pagine in cui ci viene presentata la figura di Lando Laurentano. Lando era uno di quegli uomini che non aveva potuto contribuire all’Unità d’Italia per la sua giovane età. Nè gli era permesso adesso di fare realmente qualcosa che giovasse alla patria a causa dell’inerzia dei tempi. Egli aveva dispetto di ciò, ma non voleva sdegnare con parole quello che era stato fatto dagli altri in passato. Coloro che avevano potuto fare la storia d’Italia si erano battuti a lungo tra la linea cauta e moderata assunta dalla monarchia (di «un’Italia retorica fatta di ricordi di scuola»). Ne uscì vincitrice la monarchia guidata dai Savoia.

Successivamente il potere passò dalle mani della Destra (dall’austera politica finanziaria) a quelle della Sinistra liberale (di forme più moderate), sotto la guida di Depretis e poi di Crispi. Ma con l’avvento della Sinistra ebbe inizio il fenomeno del «Trasformismo», caratterizzato da opportunistici spostamenti dei deputati tra i vari schieramenti, da forme di corruzione, da una riduzione della politica ad un gioco di patteggiamenti e da una serie di scandali, come il crollo della Banca Romana.

A questa situazione si cercò di rispondere con una politica autoritaria, il cui protagonista fu l’ex garibaldino Francesco Crispi, che tra l’altro represse duramente il tentativo di rivolta proletaria dei Fasci siciliani (associazioni popolari sviluppatesi in Sicilia, che chiedevano per i contadini terre da coltivare e patti agrari più vantaggiosi). La situazione economica particolarmente difficile e il nuovo spirito di lotta del partito socialista, fondato nel 1892, portarono ai moti popolari del 1898, stroncati dall’esercito.

Ed era proprio nel partito socialista, represso poi da Crispi nel 1894, che Lando Lauretano riponeva la sua fiducia e lo riteneva il solo modo di unire l’Italia, dalla Sicilia al Trentino. Ma gli italiani preferirono sopprimere la fiamma ed avere piuttosto un bene modesto, anche se venuto da compromessi e accomodamenti. Per cui Lando si rifiutava, nonostante le varie offerte propostegli, di candidarsi alle elezioni in uno dei Collegi di Palermo. Partecipare politicamente a Montecitorio, in un paese così corrotto, non sarebbe stato, infatti, per lui nient’altro che una vergogna.

Il romanzo «I vecchi e i giovani», scritto tra il 1906 e il 1909, narra le vicende politiche della Sicilia e dell’Italia dopo l’Unità attraverso il punto di vista di vari personaggi, legati ad una nobile famiglia di Girgenti, i Laurentano. Le vicende (che sono quelle drammatiche della rivolta e della repressione dei Fasci siciliani e dello scandalo della Banca Romana) mostrano la crisi degli ideali risorgimentali riflesse nei vari comportamenti della vecchia generazione e della nuova generazione, cresciuta più tardi nella delusione politica. Essa si manifesta come una sorta di rivelazione dell’illusorietà della realtà, della inevitabile contraddizione tra le spinte ideali e la realtà dei comportamenti. E il romanzo sembra far divenire la storia, le lotte e i contrasti tra gli uomini, solo una minacciosa beffarda evanescenza.

Nel comportamento dei «vecchi» il romanzo constata un impoverirsi della tensione delle lotte unitarie con l’accettazione di una società mediocre, senza ideali e progetti, rassegnata ad un abbandono, al susseguirsi di condizioni di miseria e sfruttamento, ad una sostanziale sottomissione alle classi dirigenti settentrionali (e nell’analisi impietosa della realtà siciliana Pirandello intende anche denunciare la più vicina politica dell’Italia giolittiana).

Ai «giovani» la mancanza di sicuri modelli da seguire impone una ricerca difficile di nuove soluzioni, che però non porta a nessuna scelta accettabile senza comportare perplessità: anche quando queste soluzioni sono opposte, non conducono che a delusione e disintegrazione. Tra queste c’è la scelta socialista, fatta dal principe Laurentano, determinata proprio da un bisogno di vitalità, dalla ricerca di un momento che possa rompere le forme fittizie della vita.

Di fronte alla lotta concreta, agli errori ed al fallimento dei Fasci, alla repressione che essi scatenano, questa scelta si muta in un pessimistico rifiuto della lotta di classe in una convinzione dell’immodificabilità del secolare stato di ignoranza e di sottomissione, con un’ipotesi alternativa assai indeterminata (ma condivisa dallo stesso autore) di «cooperazione» tra le classi. Nel romanzo manca un eroe centrale e la grande varietà di personaggi dà luogo a diversi punti di vista; grazie anche allo stile indiretto libero che consente di mettere a fuoco la posizione dei vari membri della famiglia Laurentano, e di coloro che interferiscono con il loro destino.

Ogni posizione si risolve in scacco e delusione: ciò offre un vasto campo al metodo di «scomposizione» umoristica, di atteggiamenti eccessivi e paradossali, fino al grottesco e alla follia; come ad esempio nella figura del vecchio popolano dal passato garibaldino, Mauro Mortara, la cui identificazione con i valori del passato giunge fino alla negazione della realtà. E il romanzo si conclude proprio con una scena di follia di questo personaggio che, con le sue medaglie sul petto, pretende di unirsi ai soldati che reprimono i moti socialisti, ma viene da essi ucciso. Il senso umoristico trova ancora più la sua incarnazione nel vecchio don Cosmo Laurentano, volontariamente appartatosi dal mondo e dalle sue lotte, intento a guardare la realtà da lontano, a spiare «quel demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro».

 

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