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G. Tomasi di Lampedusa: "Il Gattopardo"

(pag 160-162)

 

"Il Piemontese, il rappresentante del solo stato liberale italiano, s'inalberò:

"Ma, Principe, il Senato è la Camera Alta del Regno! In essa il fiore degli uomini politici del nostro paese prescelti dalla saggezza del Sovrano, esammano, discutono, approvano o respingono quelle leggi che il Governo o essi stessi propongono per il progresso del paese; esso funziona nello stesso tempo da sprone e da briglia, incita al ben fare, impedisce di strafare. Quando avrà accettato di prendervi posto, Lei rappresenterà la Sicilia alla pari dei deputati eletti, farà udire la voce di questa sua bellissima terra che si affaccia adesso al panorama del mondo moderno, con tante piaghe da sanare, con tanti giusti desideri da esaudire".

Chevalley avrebbe forse continuato a lungo su questo tono, se Bendicò non avesse da dietro la porta chiesto alla "saggezza del Sovrano" di essere ammesso; Don Fabrizio fece l'atto di alzarsi per aprire ma lo fece con tanta mollezza da dar tempo al Piemontese di lasciarlo entrare lui; Bendicò, meticoloso, fiutò a lungo i calzoni di Chevalley; dopo, persuaso di aver da fare con un buon uomo si accovacciò sotto la finestra e dormì. "Stia a sentirmi, Chevalley; se si fosse trattato di un segno d'onore, di un semplice titolo da scrivere sulla carta da visita e basta, sarei stato lieto di accettare; trovo che in questo momento decisivo per il futuro dello stato italiano è dovere di ognuno dare la propria adesione, evitare l' impressione di screzi dinanzi a quegli stati esteri che ci guardano con un timore o con una speranza che ci riveleranno ingiustificati ma che per ora esistono".

"Ma allora, principe, perché non accettare?"

"Abbia pazienza, Chevalley, adesso mi spiegherò; noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissime egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo farti così. Avevo detto "adesione" non 'partecipazione'. In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato fatto male; ma voglio dirle subito ciò che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di 'fare'. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il 'la'; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso".

Adesso Chevalley era turbato. "Ma ad ogni modo questo adesso è finito; adesso la Sicilia non è più terra di conquista ma libera parte di un libero stato".

"L'intenzione è buona, Chevalley, ma tardiva" .

 

COMMENTO

Essenziale per capire il significato del romanzo "II Gattopardo" è l'episodio di questa pagina legata al colloquio del Principe Fabrizio con il cavaliere Ainone Chevalley di Montezemolo, messo del governo piemontese, che viene ad offrire al Principe il titolo di senatore del Regno d'Italia.

La scena ha la forma di un dialogo, ma in realtà il personaggio di Chevalley funziona solo da controfigura nei confronti del principe di Salina. Egli è animato da nobili ideali, fervido sostenitore del risorgimento, fiducioso nella storia,  rappresenta un modello opposto a quello del principe, il quale in questo dialogo rivela non solo le proprie idee, ma anche il proprio temperamento. Don Fabrizio riceve Chevalley nel feudo di Donnafugata, dove si era ritirato con la sua famiglia, dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia.

Il colloquio ideologico che avviene tra i due personaggi tanto diversi tra loro mette in luce il dramma di una intelligenza che si autodistrugge nella sua spaventosa lucidità, impedendosi ogni illusione di fronte all'onestà semplice e un po' limitata, attiva di un fervore di fare più che di ragionare, del cavaliere Chevalley.

In questo dialogo il principe spiega i motivi che lo spingono a non accettare l'incarico offertogli dal Cavaliere. Per Don Fabrizio infatti questa scelta non è segno d'onore e la rinuncia ad agire è un mezzo per conservare la propria identità. Per la prima volta il principe cederà al dolore della sua spaventosa chiarezza rompendo per un attimo il distacco della sua ironia e rivelando il dramma della ragione. Sarà egli stesso a suggerire al Cavaliere, che sconfortato non comprende le ragioni del rifiuto, il nome di Don Calogero Sedara, che potrà essere un illustre senatore, per un regno altrettanto illustre.

Queste pagine fitte di ragioni teoriche, dense di problematiche sociali e storiche, sono animate al di là del significato ideologico, dalla tragica rivelazione della condizione disperata di un individuo e di un'intera nazione. Tomasi di Lampedusa in queste pagine esprime attraverso la parola del personaggio, anche la propria personale amarezza per gli eventi successivi alla seconda guerra mondiale. "Il Gattopardo" fu scritto tra il 1955 ed il 1956, ma fu elaborato per almeno venticinque anni. Per il grande ed inatteso successo che lo accolse, il romanzo diventò rapidamente un best-seller, che lasciò interdetta la critica impreparata ad affrontare i vari interrogativi sollevati da questa popolarità.

La novità dell'opera estranea alla corrente realistica o neorealistica, la mancanza di notizie certe sulla formazione di Tomasi di Lampedusa produssero pareri notevolmente discordi e aspre polemiche

Le maggiori riserve sono venute da Leonardo Sciascia, Mario Alicata ed Elio Vittorini, anche perché 'Il Gattopardo" si pone del tutto al di fuori della nostra tradizione culturale già nella sua stessa stesura che tende ad annullare la trama per porre al centro della rappresentazione la coscienza del protagonista. La vicenda descritta nel "Gattopardo" si svolge tra il 1860 ed il 1910 circa, periodo nel quale la Sicilia era sotto il governo Borbonico, al cui trono era salito Francesco II.

Il malgoverno borbonico e le cattive condizioni in cui versava la popolazione favorirono l'idea di organizzare una spedizione di volontari in Sicilia e contemporaneamente lo scoppio di una insurrezione popolare a Palermo, per liberare l'isola dalla dominazione borbonica.

A capo della spedizione dei Mille c'era Garibaldi che in poco tempo riuscì a neutralizzare la resistenza Borbonica grazie anche all'appoggio delle classi più umili che con questa spedizione non solo intravedevano la possibilità di liberarsi dal malgoverno borbonico , ma anche da un secolare sfruttamento.

Ma il risultato non fu quello sperato; infatti le richieste avanzate dai contadini per l'assegnazione delle terre crearono una serie di violente agitazioni che spesso sfociarono in episodi di dura repressione, come quello verifìcatosi a Bronte dove i contadini occuparono le terre.La rivolta fu domata da Bixio, parecchi insorti furono fucilati e molti altri mandati sotto processo.

In questo contesto storico si svolge la vicenda del "Gattopardo", che però non è certo un romanzo storico. Anche se gli eventi del risorgimento ed il loro riflesso nel mondo siciliano occupano notevole spazio nel racconto, per lo scrittore la storia è solo lo sfondo che serve a far emergere il pessimismo del protagonista. E' l'anno 1860 ed i Garibaldini sono sbarcati a Marsala, tutta la Sicilia è in fermento, la nobiltà sente arrivare la propria rovina, mentre una nuova classe quella dei nuovi ricchi, che ha saputo approfittare dell'inerzia dei vecchi signori, sta per prendere il potere.

Don Fabrizio, principe di Salina, "II Gattopardo" per l'emblema che contrassegna lo stemma di famiglia, aristocratico e coltissimo, capisce cosa sta succedendo, ma niente può né vuole fare per opporsi. Nessuna simpatia prova per gli uomini avidi che stanno per salire al potere, ma sente che il mondo al quale appartiene sta morendo. Così Don Fabrizio lascia che suo nipote Tancredi si unisca ai Garibaldini (non per spirito patriottico o per esigenza di rinnovamento della società italiana, bensì proprio per evitare ogni cambiamento) e favorisce le sue nozze con Angelica figlia di un arricchito contadino, Calogero Sedara.

Nel Gattopardo il senso della morte si fa sempre più incombente, e durante il grande ballo a palazzo Pantaleone egli avverte i presagi sempre più chiari. Morirà nel 1883 in un albergo mentre sta tornando da Napoli dove si è recato per un consulto medico. Gli sopravviveranno le sue tre figlie zitelle, testimoni di un mondo destinato allo sfacelo.

Don Fabrizio è la figura principale, il vero protagonista del romanzo, perché solo attraverso la memoria e la sua particolarissima esperienza di aristocratico vengono rievocate non solo le vicende familiari ma anche quelle politiche e sociali della Sicilia. Egli è convinto della vanità degli sforzi degli uomini, che si illudono di fare la storia, e trova nell'astronomia e nella caccia i momenti più autentici della sua giornata. Uomo coltissimo, forte, autoritario e benevolo, ma incapace di agire in un modo o nell'altro sulla nuova realtà politica , assiste con un ironico distacco alla rapida decadenza propria e del suo ceto.

In quasi tutto il romanzo aleggia su di lui un'aria di disfacimento, di malinconia e di morte per l'imminente o inarrestabile perire di quella società di cui egli è uno degli esponenti più illustri e che va spegnendosi più che per attacchi esterni, per la  incomprensione verso i tempi nuovi.

 

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