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Dante, Paradiso, Canto VIII, vv. 67-80

 

E la bella Trinacria, che caliga

tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo

che riceve da Euro maggior briga,

non per Tifeo ma per nascente solfo,

attesi avrebbe li suoi regi ancora,

nati per me di Carlo e di Ridolfo,

se mala segnoria, che sempre accora

li popoli suggetti, non avesse

mosso Palermo a gridar: "Mora, mora ! ".

E se mio frate questo antivedesse

l'avara povertà di Catalogna

già fuggeria, perchè non li offendesse;

ché veramente proveder bisogna

per lui, o per altrui, sì ch'a sua barca

carcata più d'incarco non si pogna.

 

 

Nel Paradiso il colloquio fra Dante e Carlo Martello, beato nel cielo di Venere, si svolge tra due creature che in terra si conobbero, si stimarono e che dall'incontro trassero un ricordo che mantengono ancora nel mondo ultraterreno (anche per ciò che al ricordo si congiunge sul piano dei fatti che vanno al di là della loro persona).

Dante conobbe Carlo Martello, nato probabilmente nel 1271, nella primavera del 1294 quando il principe angioino, figlio primogenito di Carlo D'Angiò e di Maria di Ungheria, da Napoli venne a ricevere nella guelfa Firenze gli augusti genitori che, avviata a pacificazione la lunga lite con gli Aragonesi per il possesso della Sicilia, tornavano dalla Provenza in Italia.

Come si nota dai versi del canto VIII , su Carlo Martello si fissa lo sguardo indagatore e l'animo ardente di Dante, il quale non era rimasto spettatore indifferente quando a Firenze si era annunziata la venuta  del giovane principe, il quale si fregiava di un titolo regio, perché la madre gli aveva ceduto i diritti al trono di Ungheria, rimasto da poco vacante dei suoi diretti eredi.

Quindici mesi dopo la sua venuta in Italia , Carlo Martello muore improvvisamente, e poco dopo anche sua moglie Costanza, figlia dell'imperatore Rodolfo d'Asburgo, che gli aveva dato tre figli. Tale morte prematura gli impedì di cingere la corona del Regno di Napoli e di assumere la signoria della Provenza.

Il canto ha la sua unità nella tematica etico-politica e si alimenta del contrasto fra il  passato rievocato come sogno infranto e il   presente, insudiciato da uomini che in varia misura fanno violenza ai sudditi o ai figli, quelli sottoponendo ad estorsioni e questi avviando a compiti cui essi sono naturalmente inadeguati.

Carlo Martello passa in rassegna tutte le terre che un giorno avrebbero dovuto essere sue, rimpiangendo con voce accorata non il fiore degli anni o la potenza di cui non potè godere, ma il bene che egli non potè compiere per i suoi popoli e per coloro che gli furono cari.

E’ significativo che Dante usi una lunga perifrasi per designare la Sicilia:"E la bella Trinacria che caliga tra Pachino e Peloro, sopra il golfo che riceve da Euro maggior briga…" L’isola, al tempo di Dante, veniva designata ufficialmente con il termine di Trinacria e non di Sicilia. Questo termine, che Dante aveva trovato in classici come Virgilio e Ovidio, non è solo un abbellimento retorico, esso era il termine ufficiale usato nei documenti, vedi il trattato di pace di Caltabellotta (1303), in cui Federico d’Aragona veniva presentato con il titolo di " re di Trinacria". Il dominio degli Aragonesi si instaura in Sicilia a causa del malgoverno degli Angioini , come testimonia lo stesso Carlo Martello a Dante. Anche la Sicilia non potè essere governata né da Carlo Martello né dai suoi figli, perché il dominio angioino ebbe termine con la rivolta popolare dei Vespri. All’assalto delle truppe angioine a Messina la tradizione popolare legò l’eroico gesto di Dina e Clarenza (le donne   che incitarono alla lotta) e l’episodio del Vascelluzzo, un vascello che, come vuole la fede popolare, per intercessione della Madonna portò alla città stremata il suo carico di grano, passando indenne attraverso la fitta rete dei navigli angioini.

 

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