home

 

tratto da "LETTERE MERIDIONALI"

(pag.128)

"Noi abbiamo dunque tre classi distinte. In Palermo sono i grandi possessori dei vasti latifondi o ex feudi, e nei dintorni abitano contadini agiati, dai quali sorge o accanto ai quali si forma una classe di gabellotti, di guardiani e di negozianti di grano. I primi sono spesso vittime della mafia, se con essa non s’intendono; fra i secondi essa recluta i suoi soldati; i terzi ne sono capitani. Nell’interno dell’isola si trovano i feudi e i contadini più poveri o proletari. I borghesi arricchiti, i proprietari negozianti pigliano a gabella gli ex feudi, che subaffittano ai contadini, dividendo le vaste tenute in porzioni, delle quali serbano per se stessi la migliore, e fanno contratti di subaffitto, diversi, ma sempre onerosissimi al contadino. E aggiungono poi l’usura, che ordinariamente arriva al 25 per cento, spesso sale ad un interesse assai maggiore. Inoltre negoziano in grano. Messa da parte l’usura, i contratti sono tali (...) che il contadino, nei casi ordinarii, non può trovare i mezzi necessarii alla vita. Perciò egli deve indebitarsi e cadere in mano dell’usuraio, di cui è fatto schiavo, fino a che non si getta al brigantaggio, quando non diviene proletario, per peggiorare anche il suo stato. Egli allora percorre la feconda terra siciliana, senz’altro che una zappa sulla spalla, carico d’un cumulo di debiti. Si pensi che la coltura dei cereali si estende a 77 per cento di tutta la superficie dell’Isola, e si capirà a che cosa arrivi questo esercito d’infelici, che sono come gli schiavi dell’usuraio e dell’affittuario.

Fra i tiranni dei contadini sono le guardie campestri gente pronta alle armi ed ai delitti, e sono ancora quei contadini più audaci, che hanno qualche vendetta da fare, o sperano trovar coi delitti maggiore agiatezza: così la potenza della mafia è costituita. Essa forma come un muro tra il contadino ed il proprietario, e li tiene sempre divisi, perché il giorno in cui venissero in diretta relazione fra loro, la sua potenza sarebbe distrutta. Spesso al proprietario è imposta la guardia de’ suoi campi, e colui che deve prenderli in affitto. Chiunque minaccia un tale stato di cose, corre pericolo di vita.

I delitti sono continui in questa classe, che pure non è data per mestiere al brigantaggio; ma lavora la terra, fa i suoi affari con intelligenza, mantiene il suo predominio col terrore. Oggi, dietro una siepe, tirano una fucilata al viandante od al vicino rivale; domani vangano tranquillamente i loro campi d’agrumi, o attendono nella città i proprii commerci. La base, le radici più profonde della loro potenza sono nell’interno dell’Isola, fra i contadini che opprimono e su cui guadagnano; ma questa potenza si estende e si esercita anche nella città, dove la mafia ha i suoi aderenti, perché v’ha ancora i suoi interessi. A Palermo, infatti, sono i proprietari; a Palermo si vende il grano e si trovano i capitali; a Palermo vive una plebe pronta al coltello, che può, all’occorrenza, dare braccio. E così la mafia è qualche volta divenuta come un Governo più forte del Governo. Il mafioso dipende in apparenza dal proprietario; ma in conseguenza alla forza che gli viene dall’associazione, in cui il proprietario stesso si trova qualche volta attirato, egli riesce di fatto ad esser il padrone. (...)

Gli abitanti dei dintorni di Palermo discendono per lo più da famiglie d’antichi bravi dei baroni, e quindi tra di essi la tradizione del sangue è antica. Chi è d’accordo colla mafia è sicuro; chi la comanda è padrone di una forza grandissima, e può mantenere l’ordine, o promuovere una rivolta. Perciò i Borboni governarono colla mafia, ed anche la rivoluzione ricorse ad essa, che poté subito armare contadini e popolo, porsi alla loro testa e rovesciare il Governo stabilito. Le compagnie d’armi, istituite in tutti i tempi a mantenere l’ordine, furono reclutate nella medesima classe, e non spegnevano i delitti, ma quasi gli organizzavano fra certi limiti, con certe norme, perché il nuovo guadagno che facevano come stipendiati del Governo, e la nuova autorità acquistata, servissero a sempre meglio consolidare il proprio potere. La pubblica sicurezza venne affidata alla mafia, dandole così in mano la società, e questo sistema che pur troppo fu lungamente seguito rese più forte l’associazione che si voleva distruggere (...)".

 

 COMMENTO

Questo brano, tratto da "Lettere Meridionali" (1878) di Pasquale Villari, presenta una lucida analisi della cosiddetta "mafia agraria" o "dei feudi". La nascita del fenomeno mafioso risale ben oltre il XIX sec., ma fu dopo l’unità d’Italia che lo "spirito della mafia" degenerò in un vasto fenomeno di criminalità organizzata. La causa risiede nella mancata risoluzione dei problemi del Mezzogiorno, ai quali solitamente ci si riferisce con il termine "questione meridionale". Questi problemi si erano già manifestati con i moti contadini esplosi in molte località della Sicilia nel 1860, in occasione dell’impresa dei Mille e che riesplosero con la renitenza alla leva dei giovani meridionali e con il banditismo che ebbe tutti i caratteri di una protesta sociale.

 

home