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-tratto da "La luce e il lutto" di Gesualdo Bufalino

"(...) Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi. (...) Ogni siciliano è, di fatti, un’irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico; qui appare uno scandalo, un’invidia degli dei. (...)

 

COMMENTO

Bufalino, nella sua opera "La luce e il lutto", sottolinea più volte la varietà che c’è in Sicilia "come nel più composito dei continenti", tanto da chiamarla "l’isola plurale" (questo è il titolo della sezione dell’opera da cui è stato tratto il brano ). Egli spiega la realtà di quest’isola dicendo che   la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Niente di meglio che la storia, dunque, per poter capire ed anche giustificare quel che oggi è la Sicilia. Ai Siciliani,invece, ogni possibile ipotesi di speranza.

 

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