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da "IL GIORNO DELLA CIVETTA"

(pag.34-35)

(...)Ecco: ci siamo, è da un pezzo che debbo parlarvi di questo Bellodi. Questo qui, caro amico, è uno che vede mafia da ogni parte: uno di quei settentrionali con la testa piena di pregiudizi, che appena scendono dalla nave-traghetto cominciano a veder mafia dovunque...E se lui dice che Colasberna è stato ammazzato dalla mafia, stiamo freschi...Io non so se voi avete letto quello che ha dichiarato a un giornalista qualche settimana fa, a proposito del sequestro di quell’agricoltore...come si chiamava?".

"Mendolìa".

"Mendolìa...Ha detto cose da far rizzare i capelli: che la mafia esiste, che è una potente organizzazione, che controlla tutto: pecore, ortaggi, lavori pubblici e vasi greci...Questa dei vasi greci è impagabile: roba da cartolina del pubblico...Ma dico: perdio, un po’ di serietà...Voi credete alla mafia?".

"Ecco...".

"E voi?".

"Non ci credo":

"Bravissimo. Noi due, siciliani, alla mafia non ci crediamo: questo, a voi che a quanto pare ci credete, dovrebbe dire qualcosa. Ma vi capisco: non siete siciliano, e i pregiudizi sono duri a morire. Col tempo vi convincerete che é tutta una montatura. Ma intanto, per carità, seguite attentamente le indagini di questo Bellodi...E voi che alla mafia non ci credete, cercate di fare qualcosa, mandate qualcuno...".

 

COMMENTO

E' negli anni ‘60 che avvenne la radicale trasformazione che spostò la mafia dal mondo agrario a quello degli appalti, delle commesse e di altre realtà "cittadine", non più regionali ma nazionali e internazionali,  e la stessa parola mafia era ancora usata con tutte le cautele e quasi di malavoglia, come ci testimonia l’Avvertenza scritta da Sciascia nel 1972, in occasione dell’uscita de "Il giorno della civetta" nella collana Letture per la scuola media dell'editore Einaudi:

"Ho scritto questo racconto nell’estata del 1960. Allora il Governo non solo si disinteressava del fenomeno della mafia, ma esplicitamente lo negava. La seduta alla Camera dei Deputati, rappresentata in queste pagine, è sostanzialmente, nella risposta del Governo ad una interrogazione sull’ordine pubblico in Sicilia, vera. E sembra incredibile: considerando che appena tre anni dopo entrava in funzione una commissione parlamentare d’inchesta sulla mafia.

A quel momento, sulla mafia esistevano inchieste e saggi sufficienti a dare al Governo e all’opinione pubblica nazionale la più precisa informazione: non ancora pubblicata, ma nota nei risultati, l’inchiesta parlamentare sulle condizioni economiche e sociali della Sicilia(1875) e quella parallela, condotta di propria iniziativa da due giovani studiosi, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino (e questi doveva poi arrivare, nel 1906 e nel 1910, a presiedere il Consiglio dei Ministri); gli scritti di Napoleone Colajanni; il saggio di un ex funzionario di Pubblica Sicurezza, Giuseppe Alongi, intitolato "Maffia"; le memorie dell’ex prefetto Cesare Mori che negli anni del fascismo era stato mandato in Sicilia per reprimere, con pieni poteri, ogni manifestazione mafiosa. Ma di opere letterarie, romanzi racconti teatro, e sono quelle che meglio del saggio e dell’inchiesta raggiungono e informano un pubblico più vasto, ce n’erano soltanto due: una di livello popolare, ed era popolarissima, che rappresentava un mondo di piccoli mafiosi di quartiere- ladri soverchiatori violenti: ma non privi di sentimento e suscettibili di redenzione - che si intitolava "I mafiusi di la Vicarìa"(commedia in dialetto di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca; e la Vicarìa era il carcere di Palermo, allora famoso quanto oggi quello dell’Ucciardone); l’altra, "Mafia", pure scritta per il teatro, in italiano, da Giovanni Alfredo Cesareo( professore all’Università di Palermo, poeta e traduttore di Shakespeare), che rappresentava una borghesia che assumeva la mafia quasi come una ideologia e la praticava come regola di vita, dei rapporti sociali, della politica. Entrambe le opere, a livello diverso, erano un’apologia non della mafia come associazione delinquenziale( che in questo senso si negava esistesse), ma di quello che il più grande studioso delle tradizioni popolari siciliane, Giuseppe Pitré, chiamava "il sentire mafioso": cioè di una visione della vita, di una regola di comportamento, di un modo di realizzare la giustizia, di amministrarla, al di fuori delle leggi e degli organi di Stato.

Ma la mafia era, ed è, altra cosa: un "sistema" che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel "vuoto" dell Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma "dentro" lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta(...)".

 

In effetti fu sulla scia di "I mafiusi de la Vicarìa"(1863) che la parola mafia entrò nell’accezione di uso comune, mentre venne usata solo nel 1865 dal prefetto di Palermo, Gualterio, per indicare un’insolita forma di associazione a delinquere.

Lo "spirito della mafia", a cui accenna lo stesso Sciascia, indica una mentalità, un modo particolare di concepire i rapporti sociali in base a uno stato d’animo di eccessivo orgoglio, di prepotenza e di superbia, secondo cui per essere "uomini d’onore" bisogna far valere le proprie ragioni contro i torti subiti senza ricorrere alle autorità costituite e alla giustizia ufficiale, intervenendo direttamente con ogni mezzo. Ed è stato proprio l’uso sistematico della forza e della violenza a trasformare una delinqueza legata a questo tipo di mentalità in un fenomeno di grande portata, qual è quello mafioso. Sciascia ne era consapevole e a ciò è dovuta la sua grandezza nell’analizzare la realtà presente.

 

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