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Sciascia é nato a Racalmuto, in provincia di Agrigento, l’8 gennaio 1921, da famiglia piccolo-borghese. Egli frequentò l’istituto magistrale di Caltanissetta e, dopo aver ottenuto il diploma di maestro elementare, fu assunto come impiegato all’ammasso del grano nel suo paese. Dopo aver sposato Maria Andronico nel ‘44, egli cominciò a insegnare nella scuola elementare di Racalmuto. Negli anni Cinquanta Sciascia cominciò la sua attività letteraria con scritti critici e con le prime operette; il suo interesse per la realtà politica e sociale lo avvicinava alle posizioni della sinistra. Nel 1956, egli pubblicò il primo libro che suscitò l’interesse dei lettori: "Le parrocchie di Ragalpietra". Nel 1957-58, Sciascia fu a Roma, distaccato presso il Ministero della Pubblica Istruzione; tornato in Sicilia, egli si stabilì a Caltanissetta, lavorando al Patronato scolastico. Il successo de "Il giorno della civetta" fece di Sciascia il più celebre degli intellettuali siciliani e impose all’opinione pubblica il problema della mafia. Nel 1967 egli si trasferì a Palermo e nel 1970 lasciò l’impiego statale. Negli anni Settanta e Ottanta la sua immagine di intellettuale problematico ebbe un rilievo internazionale; nel mondo politico-giornalistico si definì in modo sempre più netto la sua figura inquieta, la sua prontezza nel contestare le interpretazioni convenzionali della realtà sociale, nel rifiutare i poteri assestati e le formule dominanti. La sua produzione fu accompagnata da una ricca attività di organizzazione culturale, da interventi giornalistici e da una varia attività politica. Nel ‘75 fu eletto come indipendente nelle liste del PCI alle elezioni comunali di Palermo, ma contrario alla politica del "compromesso storico" si dimise nel ‘77. Ebbe inizio la polemica con i comunisti e in generale con la classe politica italiana; Sciascia si battè per il mantenimento della certezza del diritto, contro le deformazioni della legislazione speciale contro il terrorismo. Avvicinatosi al partito radicale, fu deputato alla Camera, dal giugno 1979 al giugno 1983, facendo parte della Commissione d’indagine sul caso Moro. Fino alla fine Sciascia s’impegnò in un tentativo di difendere la certezza e il rigore del diritto e sollevò varie polemiche sui caratteri assunti dal potere mafioso e sui metodi usati per combatterlo. Sciascia morì a Palermo il 20 settembre 1989.

Quando scrisse "Il giorno della civetta" Sciascia trasse spunto dall’assassinio del sindacalista comunista Miraglia, avvenuto nel ‘47, e appoggiò l’inchiesta sulla realtà siciliana (e sul tema della mafia) a un particolare uso della struttura del giallo: il detective, che qui é un capitano dei carabinieri venuto dal Nord, rappresenta lo sforzo ostinato della ragione alla ricerca della giustizia e della verità, tra poteri e complicità, che ne eludono e cancellano ogni traccia. La Sicilia si rivela come un paese "incredibile", con cui sembra potersi identificare tutta l’Italia.

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